Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/299

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250 parte terza

ne derivano, il dì seguente per dar prova del suo ingegno parlò con uguale eloquenza contro la giustizia medesima, e mostrò esser questa l’origine di gravissimi danni. Questa maniera di favellare, e questo genere di eloquenza sconosciuto fin allora a’ Romani, li sorprese talmente che di altro quasi non parlavasi in Roma che de filosofi greci. Tutti i giovani, dice Plutarco (in Caton Cens.), che vogliosi erano delle scienze, ad essi ne andarono, e udendoli rimaser sorpresi per maraviglia. Ma singolarmente la grazia di favellare e la forza nulla minore di persuadere che avea Carneade, avendo a lui tratti gli uditori in gran folla, per tutta la città udivasene il nome, e pubblicamente diceasi che il filosofo greco, insinuandosi con ammirabil arte negli animi de’ giovani, all’amor delle scienze gli accendeva, da cui quasi da entusiasmo compresi, abbandonati tutti gli altri piaceri, volgevansi allo studio della filosofia.


Catone li fa congedare da Roma. X. L’affollato concorso che a’ ragionamenti de’ greci filosofi faceasi da ogni parte, l’universal plauso con cui erano ascoltati, non piacque punto al severo Catone. Temeva egli, come dice Plutarco, che la gioventù romana di questi studi invaghita non anteponesse alla militare la letteraria lode. E questo timore molto più se gli accrebbe, quando avvertì che anche nel senato romano cominciava ad entrare il genio della greca filosofia. Perciocchè C. Acilio, uomo assai ragguardevole, ottenne di poter nel senato ripetere latinamente que’ discorsi che da’ filosofi greci uditi avea nella natia loro