Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/303

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254 parte terza

l’elogio che ne fa Livio (l. 39, c. 40): M. Porcio Catone tutti superava di gran lunga i patrizii e i plebei tutti anche delle più illustri famiglie. Fu egli di sì grand’animo e di sì grande ingegno fornito che, in qualunque condizione nato egli fosse, formata avrebbe egli stesso la sua fortuna. Non vi ha arte alcuna nel maneggio de’ pubblici e de privati affari che a lui fosse ignota. Amministrava con ugual senno gli affari della città e que’ della campagna. Altri salgono a sommi onori per lo studio delle leggi, altri per l’eloquenza, altri per la gloria dell’armi. Egli ebbe l’ingegno così ad ogni arte adattato, che l’avresti creduto nato unicamente a quella qualunque fosse a cui rivolgevasi. Coraggioso nelle battaglie e celebre per molte illustri vittorie, dopo essere salito a ragguardevoli onori, fu general supremo dell’armi. Nella pace ancora peritissimo delle leggi, eloquentissimo nell’aringare. Nè fu già egli tal uomo che vivo solamente fosse in gran pregio, e niun monumento lasciasse di se medesimo. Anzi ne vive tuttora, e n’è in onor l’eloquenza consecrata, per così dire, ne’ libri d’ogni argomento da lui composti. Fin qui Livio, il qual altre cose ancor prosiegue a dire in lode di questo illustre censore.


Ma per l'odio che portava per diverse ragioni alla greca filosofia. XII. Non fu dunque avversione che Catone avesse agli studi quella che lo indusse a cercare il congedamento de’ filosofi greci, nè fu timor che le scienze, qualunque esse si fossero, distogliessero dalla guerra i Romani. Sembra piuttosto che la sola greca letteratura fosse in odio a Catone, e la greca filosofia singolarmente.