Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/336

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libro terzo 287

que’ di Virgilio, pochi versi vi sono che a que’ di Cicerone si possano paragonare1. Ma in vero niun antico scrittore ci ha parlato di Cicerone come di eccellente poeta; nè grande sollecitudine vi è stata di tramandarci i suoi versi, de’ quali poco più abbiamo che ciò ch’egli in altre sue opere ci ha conservato. Noi ci contenteremo adunque di dir con Plutarco (in Cicer.), che dapprima ei fu riputato il primo tra’ romani poeti, quando cioè il poema di Lucrezio, non che quelli de’ posteriori scrittori, non avea ancor veduta la pubblica luce: ma che sorgendo poscia altri assai più eccellenti poeti, la gloria poetica di Cicerone venne meno

  1. Fra gli ammiratori delle poesie di Cicerone deesi annoverare anche il sig. di Voltaire, il quale nella prefazione al suo Catilina ne dice gran lodi; e ne reca in saggio alcuni versi che ancor ci rimangono tratti da un suo poema sulle imprese di Mario, in cui descrive un’aquila che ferita da una serpe, contro di essa si volge e la trafigge e la sbrana. Questi versi son certamente assai belli e degni della traduzione leggiadra che il sig. di Voltaire ne ha fatta. Essi però bastano bensì a mostrarci che Cicerone avrebbe potuto essere eccellente poeta, il che da noi non si nega, ma non a mostrarci ch’ei fosse veramente tale. Un uomo di pronto e vivace ingegno, come egli era, può in qualche occasione poetare felicemente; ma s’egli non coltiverà in questa parte il suo talento, non perciò dovrà dirsi poeta insigne. Gli altri versi che abbiamo di Cicerone, non son certamente uguali a que’ pochi che d sig. di Voltaire ha tradotti; ed essi ci fan vedere, che benchè egli avesse talento ancora per la poesia, nondimeno avendo più cari altri studi, non curò di aver in essa gran nome.