Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/344

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libro terzo 295

Le quali ultime parole benchè sembrino accennare che egli allo studio della geometria si rivolgesse, dal Masson nondimeno e da altri sono intese in senso allegorico, come se voglia dire Orazio che la filosofia morale apprese in Atene, per cui s’impara a discernere il ben dal male.


Tenore della sua vita, e sua morte. XV. In tal maniera passati i primi anni di sua gioventù, e formato alle scienze, abbracciò i la milizia e vi giunse all’onore di tribim militare, come gli stesso afferma (l. 1, sat. 6):

Quod mihi pareret legio romana tribuno.

Ma non pare ch’egli vi si mostrasse uom di coraggio. Certo egli confessa di aver gittato vergognosamente lo scudo nella battaglia di Filippi, e d’aver presa la fuga:

Tecum Philippos et celerem fugam
Sensi, relicta non bene parmula.

L. 2, od. 7.

L’esito infelice di questa battaglia fe’ deporre ad Orazio ogni pensier di milizia. Tornato a Roma si volse interamente alla poesia, e questa gli acquistò in breve tempo gran nome. Ma poco forse gli avrebbe essa giovato, se non avesse avuta la sorte di essere ammesso all’amicizia di Mecenate. Descrive egli stesso in qual maniera la prima volta fosse a lui introdotto per opera di Virgilio e di Vario, e come gli parve allora d’essere freddamente accolto; perciocchè Mecenate, uomo, come altrove dice Orazio (l. 1, sat. 9), di non molte parole e difficile in sulle prime a scoprirsi ad altrui,