Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/345

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296 parte terza

rispostogli brevemente, gli diè commiato, e solo dopo nove mesi a sè richiamollo:

Virgilius, post hunc Varius, dixere quid essem.
Ut veni coram, singultim pauca locutus,
(Infans namque pudor prohibebat plura profari)
Non ego me claro natum patre, non ego circum
Me Saturjano vectari rura caballo,
Sed quod eram, narro. Respondes (ut tunc est mos)
Pauca: abeo; et revocas nono post mense, jubesque
Esse in amicorum numero.

L. 1, sat. 6.

Così introdotto Orazio nell’amicizia di Mecenate, ne godette poscia costantemente senza che essa venisse mai per alcuna vicenda alterata, di che abbiamo a testimonio tante delle sue ode a lui indirizzate. La qual amicizia se fu vantaggiosa ad Orazio, che trovò in Mecenate un sì splendido protettore, nulla meno fu a Mecenate gloriosa, che trovò in Orazio un sì degno celebratore delle sue lodi. Dall’amicizia di Mecenate venne ad Orazio la protezione e l’amore d’Augusto. Alcune lettere da lui scritte ad Orazio ci ha tramandate l’antico scrittore della vita di questo poeta mentovato di sopra, dalle quali apertamente raccogliesi quanto egli gli fosse caro. Ma meglio ancor ciò raccogliesi da molti de’ poetici componimenti di Orazio stesso, in cui i più sinceri sentimenti di gratitudine verso di lui si veggono espressi. Amicissimo di Virgilio, ne fece spesso menzione ne’ suoi versi con somma lode. Alcuni si maravigliano che Virgilio al contrario non mai facesse motto d’Orazio. Ma come poteva egli farlo, se gli argomenti da lui presi a trattare non gliene