Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/352

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libro terzo 303

Donato aggiugne ch’egli poscia sen venne a Roma, e che fu introdotto per maniscalco nella Corte d’Augusto. Ma sì sciocche e sì inverisimili sono le cose ch’egli a questa occasione ci narra, che tutto questo racconto deesi a ragione avere per favoloso. E osserva il P. la Rue, che dalla prima egloga di Virgilio, in cui non vi ha dubbio alcuno che sotto il nome di Titiro non ci volesse rappresentare se stesso, raccogliesi chiaramente che Virgilio non venne a Roma che all’occasione della divisione di campagne che a que’ tempi si fece tra’ soldati di Ottavio e di Antonio. Tra quelle che rapite furono agli antichi loro padroni per darle in ricompensa al valor militare, ebbevi un picciol podere che Virgilio avea sul Mantovano, da cui egli si vide violentemente cacciato. Venne egli dunque a Roma, e adoperossi tanto felicemente che ottenne di rientrare al possesso del suo podere. La division di campagne, e quindi la venuta di Virgilio a Roma accadde l’anno 612 secondo il parere di tutti gli antichi scrittori. È dunque falso, come il Bayle (Diction. art. “Virgile”) ed altri hanno già osservato, ciò che da alcuni raccontasi, cioè che Cicerone udito avendo Virgilio mentre recitava alcuni suoi versi, preso egli pure da estro poetico, ma in mezzo all’estro non dimenticando le sue proprie glorie, esclamasse: Magnae spes altera Romae. Ciò, dissi, è falso; perciocchè Cicerone già da due anni era morto.


Sua morte, e comando da lui dato di bruciare l’Eneide. XIX. La venuta di Virgilio a Roma, e i versi ch’egli cominciò a comporre e a pubblicare, gli dierono occasione di essere conosciuto da