Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/354

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libro terzo 305

Vicino a morte, come racconta Donato, chiese più volte della sua Eneide, risoluto di gittarla alle fiamme come cosa non ancora compiuta, e perciò non degna di sopravvivergli. Ma a ciò opponendosi i suoi confidenti amici che gli assistevano, Tucca e Vario, comandò nel suo testamento ch’essa fosse bruciata. E perchè essi gli fecero intendere che Augusto non l’avrebbe permesso, allora di ella lor nelle mani, ma a patto che nè cosa alcuna vi aggiugnessero, e i versi ancora che da lui non erano stati finiti, lasciassero così, com’erano, imperfetti. Essi nondimeno per comando d’Augusto emendarono in qualche parte il poema; ma non si ardirono, come scioccamente hanno osato di fare alcuni moderni, nè di aggiugnere un nuovo libro all’Eneide, nè di compire i versi ch’eran rimasti imperfetti. I versi che sotto il nome d’Augusto abbiamo alle stampe, con cui comanda che non diasi alle fiamme l’Eneide, appena vi ha chi li creda da lui composti.


Suo Carattere. XX. Vari aneddoti intorno a Virgilio si leggono nella Vita scrittane da Donato; ma tante cose in essa s’incontrano inverisimili e false, ch’è troppo difficile l’accertare quali sian le vere. Nulla dirò io pure delle puerili inezie che sono state scritte da alcuni intorno alla magía da Virgilio appresa ed esercitata. Il Naudè lo ha bravamente difeso nella sua Apologia degli Uomini dotti accusati di magia. E lungamente ne parla anche il Bayle. Ciò ch’è costante presso tutti, si è che Virgilio fu di dolce indole e di piacevoli maniere, modesto nel conversare, sincero amico, e da Augusto, da