Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/355

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
306 parte terza

Mecenate, da Orazio e da tutti i più celebri uomini di quelli età sommamente amato. Un frammento di lettera da lui scritta ad Augusto ci ha conservata Macrobio (Saturn. l. 1, c. 24), in cui troppo bene ci fa egli conoscere la sua modestia, perchè qui debba essere ommesso: Ego vero frequentes a te literas accipio.... De Aenea quidem meo, si me hercule jam dignum auribus haberem tuis, libenter mitterem; sed tanta inchoata res est, ut poene vitio mentis tantum opus ingressus mihi videar; cum praesertim, ut scis, alla quoque studia ad id opus multoque potiora impertiar. Ma questa sua modestia non tolse che in sommo onore non fosse egli in Roma; che sembra anzi che tanto più volentieri si dian le lodi ad alcuno, quanto più ei se ne mostra schivo e nemico. Accadde talvolta che recitati essendosi in teatro alcuni suoi versi, tutto il popolo levossi in piedi, e a Virgilio che vi era presente prestò quel rispetto e quell’onore medesimo che render soleva ad Augusto (Auctor. Dial. de caussis corr. eloquent.).


Elogi di esso fatti a paragone con Omero. XXI. Gli elogi de’ quali è stato onorato Virgilio, son tali quali appunto convengono al principe de’ latini poeti. Quintiliano il chiama autore eminentissimo (l. 1, c. 10) e uomo di finissimo intendimento (l. 8, c. 3); e parlando de’ latini poeti lo dice il primo, e in tal maniera ne forma il paragon con Omero (l. 10, c. 1): Itaque ut api ut illos Homerus, sic apud nos Virgilius ampi, at issi munì dedit exordium, omnium ejus generis poetarum graecorum nostrorumque illi haud dubie proximus. Utar enim verbis eisdem,