Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/379

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


33o PARTE TER7A V ulneris id gentts est, quod cum sanabile non sit, Non contrectai’i tutius e se pitto. Lingua, sile: non est ultra narrabile qnidquam; Posse velun ciueres obruei e usque ineos. L. 2 de Ponto, el. 2. Aggiungami i versi ad Augusto poc’anzi citati: Nam tanti non sum. renovem ut tua vulnera, Caesar, Quem nimio plus est indoluisse semel. Egli protesta però ad Augusto, che nè altri ha esortato all’adulterio, nè di tal delitto egli è reo j e che quantunque liberi siano i suoi versi, modesta nondimeno è stata la sua vita. Sed neque me nuptae didicerunt furta magistro; Quodque parum novit, nemo docere potest. E poco dopo: Crede mihi: mores distant a carmine nostro: Vita verecunda est: musa jocosa mea. L. 2 Trist. Non credo già io che Ovidio fosse così verecondo come qui si vanta; ed egli stesso in altre sue poesie troppo diversa immagine di se stesso ci ha lasciato. Ma a me basta di osservare che parlando del motivo del suo esilio, afferma di non aver commesso delitto alcuno. Confessa nondimeno di aver giustamente meritato lo sdegno di Augusto di cui loda ancor la clemenza, perchè non gli ha tolti i beni e la vita, e il termine più mite di relegazione ha con lui usato (come era infatti), anzi che il più severo di esilio.