Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/396

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LIBRO TERZO 347 poscia toniossene a Roma l’anno 754. Intorno all’età di Manilio veggasi il Fabricio (Bibl.lat. l. 1, c. 18), e più ancora il le Clerc (Bibl. chois. t. 2, p. 245, ec.) che difende lungamente questa nostra opinione, e ribatte gli argomenti di Caspero Gevarzio, il quale avea trasportato Manilio fino a’ tempi di Teodosio. XLVL Manilio fu il primo tra’ Latini che le cose astronomiche prendesse a scrivere in versi. Egli è vero che il suo poema assai poco ci può ora giovare ad apprendere l’astronomia; ma egli scrisse ciò che allora comunemente se ne sapeva. Lo stile da lui usato non può certo venire a confronto con quello de’ migliori poeti dell’età di Augusto. Nondimeno, attesa singolarmente la difficoltà del suggetto di cui prese a trattare, non lascia di avere a quando a quando gravità ed eleganza degna del tempo i cui visse. Non tutto però ci è pervenuto il suo poema; che cinque soli libri ne abbiamo, e pare che sei o sette ne fossero da lui composti; e oltre ciò, il quinto libro ancora sembra imperfetto. XLVIL Non minore oscurità s’incontra per riguardo a Fedro. Di lui appena trovasi menzione alcuna presso gli antichi scrittori; e pare che Seneca il Filosofo non ne avesse contezza; perciocchè egli parlando delle Favole di Esopo afferma che i Latini non aveano finallora tentato componimenti di tal natura: Aesopeos logos intentatum Romanis ingeniis opus (De Consolat, ad Polyb. c. 28). La risposta che a ciò fanno alcuni, cioè che Seneca così favelli perchè Fedro fu straniero e non Romano, non