Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/397

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PARTE TERZA e probabile) perciocché è evidente che Seneca a questo luogo vuol dire che favole in lingua latina non si erano scritte ancora. È dunque miglior partito rispondere che, qualunque ne sia la ragione, potè Seneca ignorare le favole e il nome di Fedro. Marziale (l. 5, epigr. 20) e dopo lui Rufo Festo Avieno (in praef. ad Fabul.) che fiorì a’ tempi di Teodosio e di Graziano, sono i due soli antichi autori che ne favellino. Anzi que’ versi di Marziale ove egli dice: Dic , Musa , quid agat Canius meus Rufus. An aemulatur improbi jocos Phaedri ì pretende lo Scriverio (in not. ad hunc loc.) che non possano intendersi in conto alcuno di Fedro, e gentilmente chiama privi di senno coloro che pensano lui esser vissuto a’ tempi d’Augusto, o poco dopo. Le ragioni da lui addotte si posson vedere presso il Bayle (Dictìon. art. ’< Phedre »), e presso il Fabricio (fi ibi. lat l. 2, c. 3) che ne mostrano l’insussistenza. Di fatti è certo che Fedro fa menzion di Seiano il famoso ministro dell1 imperadore Tiberio, e duolsi di essere ingiustamente da lui calunniato ed oppresso (l. 3 in prol.); il che è prova evidente che a quel tempo egli visse j benché a ragione si creda che le sue favole, o almen il prologo in cui di esso ragiona, egli non pubblicasse se non dopo la caduta di quel potente ministro È certo ancora che, parlando,di una sentenza data da Augusto, dice di raccontar cosa a sua memoria avvenuta: Narrabo tibi, memoria quod factum est mea. L. 3 , Jab. 10.