Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/401

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352 P IUTE TERZA apparteneva alla Tracia. Pieria, Pimpla, Libethrum olim Thraciae fìie.re montes regionesque. Ma per quale occasione e in qual tempo fosse egli condotto schiavo a Roma, non è sì agevole a diffinire; e nel silenzio che intorno a lui han tenuto gli antichi scrittori, sarebbe inutil fatica il tentare di illustrai uè più chiaramente la vita. XLIX. Questi furono i più illustri poeti che fiorirono nell’epoca di cui parliamo alla romana letteratura tanto gloriosa. Fra questi niun tragico e niun comico ho io nominato, sì perchè niuno di essi è pervenuto sino a noi, sì perchè in questo genere inferiori di troppo rimasero i Romani ai Greci. Per ciò che appartiene alla commedia, Quintiliano stesso sinceramente confessa che non erano i Latini arrivati giammai ad uguagliare la grazia eia finezza de’ Greci: In comoedia maxime claudicamus vi.r levimi consequimur umbram, adeo ut mihi sermo ipse romanus non recipere videatur illam solis concessam Atticis venerem, quando eam ne Graeci quidem in alio genere linguae obtinuerint (l. 10, c. 1). Pare che nella tragedia alquanto più felicemente riuscissero i Romani. Certamente lo stesso Quintiliano parlando degli scrittori di questo genere di componimenti, dice: Jam Varii Thyestes cuilibet Graecorum comparari potest (ib). Questa è quella tragedia di cui dicemmo di sopra dubitarsi da alcuni che da Vario ossia Varo non fosse stata involata a Cassio Parmigiano. Se ella ci fosse rimasta, potremmo esaminarla noi pure, e metterla al paragone con quelle di Sofocle e di Euripide, e