Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/402

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LIBRO TERZO 353 Vedere se regga al confronto. Ma poichè ella si è smarrita, e poichè veggiamo che Quintiliano parlando della commedia mostra saggio discernimento ed animo imparziale, ben potremo credergli ancora ove con sì gran lode egli parla di questa tragedia. Altri poeti tragici e comici son rammentati dal Vossio e dal Quadrio. Ma sembra che Quintiliano gli abbia in conto di poco valorosi poeti; poichè dopo aver nominata la tragedia di Vario, un’altra sola ne rammenta di Ovidio, intitolata la Medea, di cui dice eh1 essa ci fa conoscere quanto egli avrebbe potuto fare, se avesse voluto moderare anziché secondare troppo l’ingegno. Delle altre che a questa età appartengono, non fa motto. Lascerem dunque noi pure di far menzione de’ loro autori, rimirandoli come poeti da’ quali poco di gloria accrescer si possa alla romana letteratura. L. Due soli che in un particolar genere di poesia teatrale si esercitarono, ebbero maggior, fama che gli altri; cioè Decimo Laberio e ’ Publio Siro, scrittori di quelle mimiche poesie di cui abbiamo altrove parlato. Vissero amendue a’ tempi di Giulio Cesare. Ma Laberio prima di Publio cominciò a rendersi celebre. Era egli di nascita cavaliere; e perciò componeva versi per suo e altrui trastullo de’ mimi; ma facevali poscia da altri rappresentar sul teatro. Cesare, quando era nel più alto stato di autorità in Roma, volle indurre Laberio a recitare egli stesso i suoi mimi, e gli promise cinquecento mila sesterzii ossia dodicimila cinquecento scudi romani. Questa sì liberale offerta non avrebbe Tiraboschi, Voi. X. 23