Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/403

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354 PARTE TERZA forse determinato Laberio ad avvilire in tal modo il suo carattere; ma egli conobbe, dice Macrobio (Saturn. l. 2, c. 7), che le preghiere di un uomo possente sono comandi; e fu costretto ad ubbidire; ma non potè dissimulare lo sdegno che perciò ardevagli in seno, e un prologo recitò pieno d’amari lamenti contro di Cesare, perchè avesselo a ciò costretto. Esso ci è stato conservato da Macrobio (loc. cit.); e degni sono singolarmente di osservazione questi quattro versi: Ego bis tricenis annis actis sine nota Eques Romanus lare egressus meo Domum revertar mimus: nimirum hoc die Uno plus vixi, mihi quam vivendum foret. Da’ quali versi si raccoglie che Laberio era nato di famiglia equestre, e non già, come dice il Quadrio (t. 5, p. 202), fatto cavaliere da Cesare pel suo valore ne’ mimi; e raccogliesi ancora che sessant’anni di età contava egli a quel tempo. Il prologo di Laberio, e alcuni amari motti che nella stessa azione egli sparse, punsero altamente Cesare. Quindi essendo poscia salito in sulla scena Publio Siro, e avendo recitati egli pure i suoi versi con applauso maggiore di quello ch’era stato fatto a Laberio, Cesare afferrò tosto l’occasion di punger egli pure Laberio, perchè fosse stato vinto da Publio; e a questo die’ la palma per segno della riportata vittoria, a quello il denaro promessogli insieme con un anello d’oro. Morì Laberio, come abbiamo dalla Cronaca Eusebiana, dieci mesi dopo la morte di Cesare. Publio ,