Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/407

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358 l’ARTE TERZA discemitori. Ciò che accade anche al presente ne’ drammi per musica, ci può giovare a conoscere ciò che accader doveva a que’ tempi. Lll. Non così era delle poesie di ogni altro genere. Queste si componvano dagli autori, come ne pareva lor meglio, senza che fus.scr costretti a servire al teatro; si leggevano in private adunanze, dove soli uomini dotti aveano luogo; e il plauso che facevasi agli uni, animava gli altri a seguirne l’esempio. Ma lo studio della poesia fomentato era singolarmente dalla protezione e dal favore di cui Augusto e Mecenate onoravano i poeti. Il co. Algarotti, allontanandosi dal comun sentimento, è d’opinione (Saggio sopra la Vita d Orazio, p. 437) che Augusto nè proteggesse nè stimasse molto i poeti, e che riguardasseli come uomini del tutto inutili allo Stato. Egli ha creduto di trovar le prove del suo sentimento nell’epistola stessa di Orazio, su cui ci siamo or or trattenuti. Ma io non vi veggo parola che confermi il parere di questo colto scrittore, anzi mi pare che da essa più chiaramente ancor si raccolga quanto dovessero i poeti ad Augusto. È vero che Orazio ivi lo esorta ad accogliere amorevolmente que’ poeti che amavan meglio di porre sotto l’occhio de’ leggitori le lor poesie, che di farle rappresentar sul teatro; ed aggiugne che in tal maniera avrebbe egli riempita di libri la biblioteca che nel tempio di Apolline aveva eretta, e che nuovo coraggio aggiunto avrebbe a’ poeti: Verum age, et his, qui se lectori praebere malunt, Quam spectatoris fastidia ferre superbi,