Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/408

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LIBRO TERZO 35g Curam redde brevem, si munus A polline dignunt Yis compiere libris, et vatibus addere calcar, Ut studio majore petant Helicona virentem. Ma da ciò che siegue, è evidente che Orazio vuol qui esortare Augusto a favorire non solo gli eccellenti poeti, come era in uso di fare, ma i mediocri ancora, perchè maggior coraggio prendessero a coltivare la poesia. Dice egli in fatti che i poeti talvolta nuociono a se medesimi, come allor quando, soggiugne favellando con Augusto, ti offeriamo un libro mentre in altre cose tu se’ occupato, o stanco dalle pubbliche cure; quando meniam lamenti perchè le poetiche nostre fatiche non son pregiate abbastanza; quando ci lusinghiamo che appena tu avrai saputo che noi facciam versi, fattici tosto venire a te, ci ricolmerai di ricchezze. Multa quidem nobis facimus mala saepe poetae , (Ut vineta egomet caedam mea) quum tibi librum Sollicito damus. aut fesso Quum lamentamur non apparere labores Nostros, ei tenui deducta poemata filos Quum speramus eo rem venturam, ut simul atque Carmina rescieris nos fingere, commodus ultro Accersas , et egere vetes, et scribere cogas. Le quali parole, come chiaramente si vede, son rivolte soltanto a ferire l’importunità di coloro che pe’ loro versi, qualunque fossero, volevano essere sollevati subito da Augusto ad alto stato. La (quale importunità qui descritta da Orazio è un’altra prova della protezion di Augusto inverso i poeti; che importunati non sogliono essere se non que’ sovrani presso i quali si conosce per esperienza che le letterarie fatiche