Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/477

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4^8 PARTE TERZA niuna cosa da lui scritta ci è pervenuta. Cicerone però non volle in tutto affidarsi alla penna altrui; ma egli stesso si prese il pensiero di narrarci le sue imprese. E una greca storia in primo luogo egli scrisse del suo consolato (l. 1 ad Attic. ep. 19, e ¿2, cp. 1): inoltre un poema latino in tre libri diviso sullo stesso argomento (ib. l. 2, ep. 19, e l. 11, ep. 3); e per ultimo una storia latina del medesimo suo consolato aveva intrapresa, poichè così scrive ad Attico, dopo aver parlato delle altre sue opere (l. 1, ep. 19): Latinum, si perfecero, ad te mittam. Ma non sappiamo s’egli la conducesse a fine. Pare ancora che una generale storia romana egli avesse in animo di comporre. Certo egli introduce Attico, che seco lui ragionando gli dice che già da lungo tempo una tale opera da lui si aspetta (De Leg. l. 1, n. 2). Una però ci è rimasta delle opere storiche di Cicerone, e in un tal genere in cui egli è stato il primo a darcene esempio tra’ Latini, cioè di storia letteraria, che tale è appunto il suo libro più volte da noi mentovato de’ celebri Oratori, nel quale tutta svolge partitamente l’origine. il progresso e le vicende della romana eloquenza; opera degna di esser proposta a modello a chiunque prende a trattare somigliante argomento. Alcuni altri storici che fiorirono a questo tempo medesimo, annovera il Vossio, le cui opere si sono perdute. Noi, senza più oltre trattenerci intorno ad essi, passeremo a parlare di tre scrittori, de’ quali, se non tutti, alcuni almeno de’ loro libri ci son