Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/508

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LIBRO TERZO 4:)Q punto la gloria di Padova; che a maggior onore deesi ascrivere, s’io non m’inganno, l’aver dato alla luce un sì valoroso scrittore, che non l’averne le ceneri e l’ossa. Di altre prove che diedersi dagli uomini eruditi della loro stima per Livio nello stesso xv secolo , parleremo ove sarem giunti a que’ tempi. XVffl. Da questi ameni e dilettevoli studi ci converrebbe ora far passaggio a’ più serii e gravi, e mostrare quanto felicemente fossero questi ancora coltivati dai Romani. Ma in questo confine, per così dire, tra gli uni e gli altri, mi sia lecito di riporre uno de’ più dotti uomini che a questo tempo medesimo fiorissero in Roma, e che negli uni ugualmente che negli altri si rendette illustre, benchè la più parte della sue opere siano infelicemente perite. Fu questi Marco Terenzio Varrone , il quale dopo aver sostenute lodevolmente le più ragguardevoli cariche della Repubblica , in tempo delle guerre civili seguì dapprima Pompeo; ma poscia abbandonatosi prontamente a Cesare, visse a lui caro e accetto per modo ch’era egli stato destinato a raccogliere la pubblica biblioteca che voleva Cesare aprire in Roma (Svet in Jul. c. 34 e 44 j Fior. I. 4, ec.). Dopo la morte di Cesare, involto egli pure nelle comuni turbolenze, fu compreso nella proscrizion de’ Triumviri , e riuscito pure a stento a camparne la vita, non potè camparne i suoi libri che furono dissipati e dispersi (Gell. l 3, c. 10). Cessati pur finalmente i tumulti, ritirossi a passar fra gli studi, dei quali sempre erasi dilettato, il rimanente de’ giorni. Visse