Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/510

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LIBRO TERZO 461 compose moltissimi e dottissimi libri, uom peritissimo della latina favella e di tutta l’antichità, e delle cose greche e delle romane. I suoi scritti nondimeno più alle scienze che all’eloquenza son vantaggiosi. Ma niuno vi ha tra gli antichi scrittori che nelle lodi di Varrone siasi più ampiamente diffuso che M. Tullio. Perciocchè dopo averne in più luoghi parlato con sommi encomii così a lui stesso ragiona (Acad Quaest. l. 1, n. 3): Nos in nostra urbe peregrinantes errantesque , tamquam hospites, tui libri quasi domum deduxerunt, ut passemus aliquando, qui, et ubi essemus, agnoscere. Tu aetatem patriae, tu descriptione temporum, tu sacrorum jura, tu sacerdotum, tu domesticam, tu bellicam disciplinam, tu sedem regionum, locorum, tu omnium humanarum divinarumque rerum nomina, genera, officia, caussas aperuisti; plurimumque poetis nostris omninoque latinis et literis lumins ottulisti et verbis; atque ipse varium et elegans omni fere numero poema fecisti; philosophiamque multis locis inchoasti ad impellendum satis, ad edocendum parum. Delle (quali ultime parole avremo di nuovo a favellar tra non molto. XX. E che queste sì ampie lodi non siano punto esagerate, chiaramente si scorge dal gran numero di libri d’ogni maniera che sappiamo da lui essere stati scritti. Un passo tratto da una sua opera abbiam presso Gellio (l. 3, c. 10), in cui narra di se medesimo, che giunto alf anno settantottesimo di sua vita , aveva già scritti 490 libri, ed egli continuò poscia a vivere e a scrivere, come si è detto, fin presso