Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/565

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310 PARTE terza potremmo spedircene facilmente col sol recare ciò che Plinio il Vecchio ne narra. Ma varie contese^ che su diversi passi di questo autore si son risvegliate, ci obbligheranno a trattenerci su questo argomento più a lungo, che forse a prima vista non parrebbe doversi. Veggiam pertanto ciò che Plinio ne dice , ove espressamente prende a trattar di quest’arte. Egli in primo luogo afferma che niun tra’ Romani avea ancor sulla medicina latinamente scritto: Natura remediorum , atque multitudo instantiam ac praeceptorum plura de ipsa me deridi arte cogunt dicere, quamquam non ignarus sim, nullius ante haec latino sermone condita (l. 29,c.1). Se queste parole in tal senso si vogliano intendere, che niun tra’ Romani avesse ancora scritto trattato alcuno delle malattie e de’ loro rimedii, converrà dire che Plinio, quando scrisse così, avesse in tutto dimenticato ciò che non molto innanzi avea scritto, tessendo la serie di que’ Romani - che avean trattato di questo argomento. Dic’egli altrove (l. 25, c. 1) che il primo a trattare de’ mali, e de’ loro rimedii presi singolarmente dall’erbe, fu Marco Catone il Vecchio, e che questi per lungo tempo fu il solo scrittore in tal materia; che poscia Caio Valgio uomo erudito un libro, benchè imperfetto, presentò ad Augusto di somigliante argomento; e che Pompeo Leneo liberto di Pompeo il Grande, prima di Valgio, avea per comando dello stesso Pompeo in latina lingua recati i libri che intorno alla medicina avea scritti il famoso Mitridate re del Ponto. Aggiungasi che prima di Plinio avea scritti i suoi