Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/570

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LIBRO TERZO 5al ¿¡ctitant barbaros, et spurcius nos quam alios opicos appellatione faedant. Interdixi tibi de I jnedicisIV. In queste parole tutta si ravvisa l’aspra severità e l’acerbo odio di cui ardeva contro, la greca impostura l’austero Catone, a cui l’an,or della patria faceva, io credo, veder nemici ove ancora non erano. Soggiugne però Plinio che non era già la medicina cui Catone così severamente dannasse, ma l’arte di essa, quale da’ Greci si esercitava. In fatti Catone stesso diceva poscia con qual medicina avesse egli e se stesso e la sua moglie felicemente condotto fino all’estrema vecchiezza; e di un trattato da lui scritto su tale argomento si protesta Plinio di usare in questo suo libro medesimo. Da un altro passo di Plinio (l. 20, c. 9) si raccoglie ancora che i cavoli erano uno de’ rimedii da Catone sommamente pregiati, de’ quali egli diceva le più gran lodi del mondo. E questo ci fa intendere che la medicina sola, la qual da Catone aveasi in pregio, era quella che consiste nell’uso de’ più schietti rimedii, di cui la natura medesima ci provvede; e che i medicamenti raffinati e composti, che da’ medici greci si prescrivevano, erano quelli cui egli altamente odiava, e che soprattutto non sapeva soffrire in pace che a sì gran prezzo si conducessero i medici, e che gli uomini, invece di imparare per loro medesimi i più vantaggiosi rimedii, ciecamente si fidassero all’altrui espe, rienza. Questi erano ancora i sentimenti di Plinio, il quale a questo luogo gli spiega con uno dei più eloquenti passi che in tutta la sua