Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/571

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. PARTE TERZA Stona s incontrino, ma oscuro talvolta per troppo studio di precisione e di forza, lo ner-, ciò recherollo tradotto, come meglio sin p0s. sihile, nella volgar nostra lingua; protestandomi però dapprima, per non incorrer lo sdegno de’ valorosi medici de’ nostri giorni, di’io non in tendo già con questo di approvare lai senti menti. Per tanto, e.gli dice, in quest’arte sola addiviene che a chiunque si vanti d’essere medico , si creda tosto, mentre pur non vi cosa in cui più sia pericoloso il mentire E nondimeno non vi poniam mente; sì dolce è a ciascheduno la lusinga di sperar ben di se stesso. Inolile non vi ha legge alcuna a punir la loro ignoranza, non vi ha esempio in essi di rigoroso gastigo. A nostro rischio s’istruiscono, e colla morte di molti fanno le loro sperienze. A’ medici soli è lecito impunemente l’uccidere. Che anzi essi rimproverano i morti, e incolpano l’intemperanza loro, come se per loro proprio fallo fosser periti. Le decurie de’ giudici si sottomettono alla censura e all’esame de’ principi; l’integrità loro si esamina fino collo spiare nelle pareti delle loro stanze: fin da Cadice e dalle Colonne di Ercole si fa venire chi dee giudicar di un denaro; e nulla meno di quarantacinque uomini scelti posson dare sentenza di esilio. E intorno poi alla vita stessi de’ giudici, chi son costoro che radunansi a consultare per uccidere prontamente? Ma ben ci sta, poichè non vogliamo apprendere noi stessi ciò che alla nostra sanità sia opportuno. Camminiamo cogli altrui piedi; leggiamo cogli altrui occhi; salutiamo affidati alla