Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/648

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LIBRO TERZO 599 Plinio non ci ha di questa favellato distintamente, come della pittura e della scultura; e più si è trattenuto in descrivere i superbi e regali edificii d’ogni maniera che negli ultimi anni della repubblica e ne’ primi della monarchia eransi innalzati in Roma, che nello svolgere l’origine e i progressi di quest’arte. Nondimeno possiam raccogliere quanto basta ad intendere che questa, come dicemmo , forse più che le altre arti fu dai Romani coltivata felicemente. Noi non veggiamo che alcun pittore o scultore romano sia stato chiamato in Grecia a qualche lavoro; ma il veggiam bene degli architetti. Vitruvio ci narra (proem. l. 7) che Antioco Epifane re della Siria volendo condurre a fine il tempio di Giove Olimpico, che in Atene era stato già da Pisistrato incominciato, fece a tal uopo venir da Roma un architetto nomato Cossuzio. « Anzi Vitruvio si duole che non si fosse trovata memoria alcuna da Cossuzio scritta su questo argomento, e nulla pure si fosse scritto da Caio Muzio, uomo di grandissimo sapere in architettura, il quale avea innalzati i tempii dell Onore e della Virtù presso i Trofei di Mario ». Ariobarzane ancora re della Cappadocia volendo rifabbricare il celebre O leo di Atene, che nel tempo dell’assedio, di cui Silla avea stretta quella città, era stato distrutto, usò di due fratelli architetti romani, cioè di Caio e di Marco Stallio (V. Explication d’une Inscript. sur le rétablissement de f Odeum dAthhies t. 23 Mém. de l’Acad. des Inscr.). Egli è vero che il Winckelmann conghiettura (Hist. de l’Art. t. 2, p. 255, ec.) che nell’operare