Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/68

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alla prima edizione 19

a ribattere, se fia d’uopo, un sì terribile assalto. Gli eruditi autori della sopraccennata Storia Letteraria di Francia parlando della letteratura de’ Galli al tempo della repubblica e dell’impero romano (t. 1, p. 54) ci avvertono che, se volessero usare de’ lor dritti, potrebbono annoverare tra’ loro scrittori tutti que’ che furon nativi di quella parte d’Italia, che da’ Romani dicevasi Gallia Cisalpina; perciocchè i Galli ch’erano di là dall’Alpi, occuparono 400 anni innanzi all’era cristiana tutto quel tratto di paese, ed erano lor discendenti quei che poscia vi nacquero. E qual copia, dicon essi, di valorosi scrittori potremmo noi rammentare? Un Cecilio Stazio, un Virgilio, un Catullo, i due Plinj, e tanti altri uomini sì famosi. Essi son nondimeno così cortesi che spontaneamente ce ne fan dono, e ci permetton di annoverarli tra’ nostri; e si aspettano per avventura che di tanta generosità ci mostriam loro ricordevoli e grati. Ma noi Italiani per non so qual alterigia non vogliam ricevere se non ciò ch’è nostro, e nostri pretendiamo che siano tutti i suddetti scrittori della Gallia Cisalpina. Di fatto, come allor quando si scrive la storia civile di una provincia, altro non si fa se non raccontare ciò che in quella provincia accadde, qualunque sia il popolo da cui essa fu abitata, così quando si parla della storia letteraria di una provincia, altro non si fa che rammentare la storia delle lettere e degli uomini dotti che in quella provincia fiorirono, qualunque fosse il paese da cui i lor maggiori eran venuti. A qual disordine si darebbe luogo nella storia se si volesse