Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo I, Classici italiani, 1822, I.djvu/97

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48 parte

Comunque sia, ancorchè questi versi sieno apocrifi e supposti, ciò nulla dee pregiudicare alla antichità di cotali pitture. Essi non sono il fondamento a cui Plinio la appoggia. Una somigliante antichità egli attribuisce alle pitture di Lanuvio e di Cere, delle quali non dice che avessero aggiunti versi. Dal che raccogliesi chiaramente che l’opinione di sì grande antichità non era già fondata su tali versi, ma sulla qualità e natura delle pitture medesime, sulla costante universal tradizione, e su altri argomenti, i quali benchè da Plinio non si producano, tali però esser dovevano a formarne una morale certezza, poichè veggiamo che Plinio ne parla come di cosa indubitabile e certa1.


Eccellenza delle pitture etrusche.

XIII. Se alcuna delle etrusche pitture ci fosse rimasta, noi potremmo cogli occhi nostri medesimi giudicare della loro bellezza. Ma se anche delle greche e delle romane abbiam fatta tal perdita, che assai piccola idea ne avremmo se la scoperta delle rovine di Ercolano non ce ne avesse poste moltissime sotto degli occhi, qual maraviglia è che delle etrusche tanto più antiche non ci rimanga vestigio2? Quale però

  1. Nell’edizion romana dell’opera del Winckelmann si afferma (t. 3, p. 467) che si può soddisfare alle difficoltà da me a questo luogo proposte, col dire che Plinio avrà portati que’ versi secondo l’ortografia e la pronunzia de’ suoi tempi, e direi quasi a senso. Ma questa è appunto la prima delle congetture da me recate a spiegare i versi da Plinio riportati.
  2. Ho asserito che non ci rimane vestigio alcuno delle pitture etrusche; e tale pure è il sentimento del conte Caylus da me citato più sotto. Forse le figure