Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo II, Classici italiani, 1823, II.djvu/223

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186 libro

avea bruttati i suoi versi (l. 10, c. 1); come nel consigliare a’ fanciulli la lettura delle commedie vi aggiunga la condizione, purchè i costumi ne siano in sicuro (l.1, c. 8). Giovenale cel rappresenta come uomo assai ricco e padrone di gran poderi (sat. 7, v. 188, ec.); Pii. nio il Giovane al contrario a lui stesso scrivendo (l. 6, ep. 32) lo chiama animo beatissimum, modicum facultatibus; dal che egli prese occasione del generoso atto che fece, di donare alla figlia di Quintiliano , stato già suo maestro, destinata in nozze a Nonio Celere, cinquanta mila sesterzi, che corrispondono a un dipresso a mille ducento cinquanta scudi romani. Il Dodwello del passo di Giovenale si vale a provare che sotto Adriano. Quintiliano ebbe onori e ricchezze; ma potrebbesi forse più verisimilmente rispondere che Giovenale è poeta, e innoltre poeta satirico che segue spesso e descrive le incerte voci del volgo; Plinio al contrario è un sincero amico che’ è ben informato della mediocrità di ricchezze del suo antico maestro. L’unica traccia da cui non può in alcun modo difendersi Quintiliano, si è quella di avere troppo sfacciatamente adulato Domiziano, chiamandolo il massimo tra’ poeti, e delle cui opere nulla vi avea di più sublime, di più dotto, di più perfetto, con altre infinite lodi ch’egli dà a quell’imperadore che era frattanto in esecrazione e in orrore a tutto l’impero (l. 10, c. 1). Ma fu questo un difetto da cui, come abbiamo veduto, appena vi fu scrittore a questi tempi che andasse esente. Oltre gli Annali del Dodwello si può vedere