Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo II, Classici italiani, 1823, II.djvu/225

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188 libro

pei- fargli argine, e per richiamare i Romani al buon sentiero onde si eran distolti. E perchè Seneca il filosofo era allora il principal condottiere di quelli che si eran gittati per questa nuova via, e coll’apparente luce del concettoso suo stile traeva molti in rovina, contro di lui singolarmente si volse Quintiliano. Piacemi di riferire qui il bellissimo passo in cui ei ne ragiona, che varrà non poco a farci conoscere e l’onesta del carattere, e la finezza del buon gusto di Quintiliano. Io ho fin qui differito, die’ egli (l. 10, c. 1) a far menzione di Seneca nel favellare che ho fatto degli scrittori il ogni maniera, per l’opinione che di me falsamente si è sparsa, per cui si crede ch’io il condanni, e che anzi gli sianemico. Il che mi è avvenuto, perchè io procurava di chiamare a severo esame un genere di eloquenza nuovamente introdotto, guasto e infettato di tutti i vizj Seneca era allora il solo autore che fosse in mano de’ giovani. Nè voleva io già toglierlo interamente dalle lor mani. Ma io non poteva soffrire ch’ei fosse antiposto a’ migliori, cui egli non avea mai cessato di biasimare; perciocchè consapevole a se medesimo del nuovo genere d’eloquenza da se abbracciato, disperava di poter piacere a coloro a cui quelli piacessero. Or i giovani lo airmva.no più che non l’imitassero; e tanto eran essi da lui lontani, quanto egli allontanato erasi dagli antichi; poichè sarebbe anche a bramarsi l’essere a lui uguale, o almeno vicino. Ma egli piaceva lor solamente pe’ suoi difetti, e ognuno prendeva a ritrarne in se medesimo quelli che gli