Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo II, Classici italiani, 1823, II.djvu/453

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416 ‘tiBno di cui volle essere rigoroso seguace, trasfuse in lui ancora alquanto di quell’orgoglioso fa, sto che a cotali filosofi era comune; e effetto di esso probabilmente si fu il rammentar ne’ suoi libri, de’ quali or ora favelleremo, alcune cose in sua lode, come di non aver fatta cosa di cui avesse a pentirsi, di non essersi maj | sottratto dal soccorrere a’ poveri coll’usato pretesto di non avere denaro (l. 1 de Reb. suis), ed altre sì fatte cose ch’egli attribuisce a benefìcio degli Iddii, ma che miglior consiglio sarebbe stato tacere modestamente. Egli nondimeno, come afferma Galeno (l. de Prognosi.) che era di que’ tempi in Roma, egli ben conosceva quanto pochi vi fossero veri filosofi, e la sperienza gli avea fatto conoscere che la più parte erano uomini avari e superbi, e che altro non curavano che la lor gloria e il loro interesse. Ma, troppo è difficile all’uomo scorto dalla sola ragione guardarsi da que’ difetti medesimi ch’ei ravvisa e riprende in altrui. Ciò non ostante ei fu certamente il più saggio tra’ tutti gli imperadori idolatri. Per ciò che appartiene a’ Cristiani, ei ne fu ostinato persecutore; e il miracolo celebre della pioggia al suo esercito ottenuta dalle preghiere de’ soldati cristiani sospese bensì per alcun tempo la spada sopra essi levata, ma non estinse l’odio che contro di essi avea Marco Aurelio; il quale per ciò appunto ch’era per falsa pietà adoratore superstizioso de’ suoi Iddii, credeva di dover aspramente punir coloro che ricusavan di riconoscerli e di adorarli. Non è qui luogo di parlare ampiamente di tali cose che polraimosi