Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo II, Classici italiani, 1823, II.djvu/467

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XI. linpuio infelice ili Gallici!». 43o 7.1BRO troppo felicemente l’impero, diede finalmente l’an 260 in se stesso un funesto spettacolo e non più ancora veduto al mondo, cioè un imperador romano fatto schiavo dai Persiani carico di catene, condotto per ogni parte in trionfo, e costretto a servir di sgabello al vincitor Sapore, (quando saliva sul cocchio, o a cavallo. Gallieno suo figlio, e da lui dichiarato già suo collega, parve rimirare con una snaturata indolenza un oggetto sì vergognoso a lui e a tutto l’impero , e nulla curarsi di riscattare l’infelice suo padre, che in quello stato d’obbrobrio e di confusione durò secondo la Cronaca.Alessandrina fino all’anno 269, quando i Persiani finirono d’insultarlo col dargli morte. XI. Qual fosse il tumulto e lo sconvolgimento di tutto il mondo in tante e sì frequenti e sì sanguinose rivoluzioni, è facile l’immaginarlo. Ma peggiore ancora e più turbolento di assai fu l’impero di Gallieno. Se altro in lui non avessimo a considerare che l’uom di lettere, egli dovrebbe aversi in conto di un de’ migliori imperadori. Fu egli, come dice Trebellio Pollione (in Gallieno, c. 11), e per eloquenza e per poesia e per tutte le belle arti assai illustre j e molti componimenti in prosa e in versi da lui composti erano allora in gran pregio; fra’ quali tre versi recita il suddetto scrittore da lui fatti nelle nozze de’ suoi nipoti, mentre tutti gli altri poeti latini recitavano a gara epitalamj in loro lode. Ma, come soggiunse il mentovato storico, altre virtù richieggonsi in un oratore e in un poeta, altre in 1111 impera* dore. Trattone il valore nell’armi, quando era