Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo II, Classici italiani, 1823, II.djvu/708

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QUARTO 67I 11011 meu che i retori ed i gramatici avean dal pubblico erario i loro stipendj, e godevano essi pure de’ privilegi agli altri professori conceduti. Oltre le pruove che ne abbiamo recate nel primo capo di questo libro, un’altra ne abbiamo in Simmaco, il quale fa menzione di un Prisciano filosofo, degno, dic’egli (l.1, ep. 89), di esser posto tra’ primi per sapere e per onestà , e a cui per ordine del senato è stato assegnato un giusto stipendio. Ma poco giovano cotali stimoli, quando le ree circostanze de’ tempi congiurano, per così dire, allo sterminio della letteratura. E molto più dovette la filosofia decadere allorquando, come abbiamo già detto nel mentovato capo, furon tolti a’ professori gli usati loro stipendj; perciocchè uno studio il quale avea sì pochi seguaci anche quando se ne sperava alcun premio, molto più dovette essere abbandonato quando non recava seco allettamento di sorte alcuna. II. Dello scarso numero de’ filosofi de’ suoi giorni si duole lo stesso Simmaco. Pochi filosofi, scriv’egli ad Ausonio (l.1, ep. 29), questa nostra età ha prodotti, la cui sapienza si rassomigliasse a quella degli antichi. Tra questi pochi ei vuole che si annoveri un cotal Baraco, cui perciò ei raccomanda ad Ausonio. Abbiam poc’anzi vedute le lodi ch’egli dice del filosofo Prisciano. Alcuni altri ne veggiam da lui nominati con ampj elogi, come Massimo, cui chiama (l. 2, ep. 30) insigne ugualmente per bontà di vita e per erudizione in tutte le scienze,, e filosofo non inferiore ad alcuno de’ più illustri; ed Ero pure filosofo, di cui parla con somiglianti