Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo II, Classici italiani, 1823, II.djvu/9

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VIII prefazione


Ma io temo che più frettolosamente ancora abbia egli letti due altri passi di Svetonio. Chi crederà, dice egli (t. 1, p. 183, ec.), che un sovrano abbia giammai fatti chiudere i granai di un’ampia città per avere il piacere di fare affiggere agli angoli delle strade queste parole: Vi è fame? E nondimeno Svetonio ne racconta ciò di Caligola. A dir vero, io non mi stupirei che un pazzo, qual era Caligola, giugnesse ancora a sì crudele stoltezza. Ma dove è mai un tal racconto presso Svetonio? M. Linguet! non asserisce cosa alcuna senza sicure pruove. Ecco le parole di questo scrittore da lui fedelmente recate: Nonnumquam, horreis praeclusis, populo famem indixit (in Calig. c. 26). Ma è ella fedele una tal traduzione? Indicere famem è egli lo stesso che affiggere agli angoli delle strade queste parole: Vi è fame? Io temo assai ch’egli possa sostener l’esattezza di tali versioni. L’altro passo di Svetonio non troppo felicemente tradotto da M. Linguet si è il seguente: Ognun sa, egli dice (t. 2, p. 55), ciò ch’ei racconta di Tito, cioè che avendo egli passato un giorno senza donar nulla ad alcuno, quod nihil cuiquam tota die praestitisset, disse a’ suoi amici: Io ho perduto la mia giornata. Diem perdidi (in Tito c. 8). E quindi prende occasione l’eloquentissimo autore d’inveire contro coloro che pensano doversi lodar que’ principi che donan troppo liberalmente il denaro; e si volge amaramente contro Svetonio, perchè abbia affibbiato a Tito un tal detto. E che? dic’egli, credeva forse Tito perduto il giorno, perchè non avea donato nulla ad alcuno? Qual idea avea mai de’ doveri del suo stato? Gli ristringeva fors’egli a distribuzioni manuali fatte a coloro che gli si potevano accostare? Ma questo è impiego di un cassier subalterno, non del capo di un ampio Stato. Che direm noi di una tal riflessione? Noi veramente avevam creduto finora che nihil praestare cuiquam volesse dire: non far nulla a vantaggio d’alcuno; e ci era perciò sembrato che fosse questo uno de’ più bei detti che dalla bocca di un principe potesse uscire. Ma grazie a M. Linguet, siamo ora disingannati, e dobbiam credere fermamente che praestare è il medesimo che donare; e che questo è ufficio proprio del cassiere, e non del sovrano. E uno scrittore che intende sì bene