Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo III, Classici italiani, 1823, III.djvu/13

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XII PREFAZIONE a poco degenerando talmente dalla sua antica purezza f e insalvatichendosi, per così dire, in tal modo, ch’ella siasi finalmente trovata una lingua quasi interamente diversa , come appunto quasi interamente diversa è l’italiana dalla latina. Or chieggo io , quando è mai che un tal cambiamento è seguito? A qual tempo la lingua latina è divenuta lingua italiana? Se ne suole fissar l’epoca comunemente nel XII secolo; e noi ancora a suo luogo ci atterremo a questo parere.!Ma allora, chieggo io di nuovo, era la lingua latina guasta e contraffatta per modo, che si possa credere avvenuto un tal cambiamento? Leggo le Opere scritte a quel secolo di S. Anselmo. di Pier Lombardo, di Graziano, e di tanti altri scrittori italiani, e io le trovo ben lungi , è vero, dall’antica eleganza; ma insieme troppo ancora lontane dal potersi dir la lor lingua non più latina , ma italiana. Anzi il loro stile è certamente più colto che non quello degli scrittori di tre o di quattro secoli addietro. Come potè dunque allora accadere un tal cambiamento? E perchè anzi non accadde esso assai prima, quando lo stil che si usava latinamente scrivendo , era tanto più incolto? Questa difficoltà ci apre, s’io mal in’appongo m’appongo la via a scoprire il vero in questa intralciata quistione , coll’osservare più attentamente in qual maniera seguisse il corrompimento della lingua latina, e col distinguere la diversa maniera con cui ella si venne alterando nello scrivere e nel parlare. Riprendiamo la cosa da’ suoi principj!, e spieghiamola , quanto più ci è possibile , chiaramente. Già abbiamo accennato che qualche diversità era ancor tra’ Romani tra lo scriver de’ dotti e il parlare del volgo. Il volere tra loro introdurre, come alcuni han fatto, due lingue diverse, sicchè la latina non s’intendesse , se non da chi apprendevala nelle scuole, è opinione troppo priva di ragionevole fondamento. Ma troppo insieme contraria alla comune sperienza e all’indole popolare sarebbe l’opinione di chi credesse che fosse interamente la stessa lingua che usavasi singolarmente scrivendo da Cesare e da Cicerone, e quella con cui parlavano i lor cuochi e i loro cocchieri. Non credo che faccia d’uopo di lungo ragionamento a persuaderlo. Tra gli scrittori ancora del medesimo tempo reggiamo