Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo III, Classici italiani, 1823, III.djvu/183

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ora dobbiaoi ragionare, son tempi di squallore e di universale desolazione. I nomi di orator, di filosofo, di astronomo, di matematico son nomi, direi quasi, barbari e sconosciuti. Un uomo che sappia scriver latino con qualche eleganza, un uomo che sappia alcuna cosa di greco, un uom che faccia de’ versi, è un uom prodigioso. È ella questa quelf Italia medesima in cui ne’ secoli trapassati abbiam vedute sì felicemente fiorire le scienze d’ogni maniera l Ecco l’infelice argomento su cui debbo or trattenermi. Mi sforzerò nondimeno di fare in modo che la noia che necessariamente mi convien sostenere nel ragionarne, ricada quanto men sia possibile su chi leggerà questa Storia; e alla diligenza nel raccogliere tutto ciò che appartiene alla letteratura italiana di questo tempo, unirò ancora la riflessione di toglierne, se mi verrà fatto, al racconto ciò che possa aver di spiacevole e di noioso.

Capo I.

Idea generale dello stato civile e letterario d’Italia

in quest’epoca.

I. Avea appena l’Italia cominciato a sperare di non esser più in avvenire preda de’ Barbari, quando ella si vide di bel nuovo sommersa in un abisso ancor più profondo di quello da cui era di fresco uscita. Morto, come dicemmo, l’anno 567 il valoroso Narsete, e succedutogli nel governare l’Italia, a nome dell’imperador greco Giustino II, il patrizio Flavio