Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo III, Classici italiani, 1823, III.djvu/342

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TEKZO i 281 scritta al pontefice Benedetto III verso l’anno 855, in cui il prega (Lup. Ferr. ep. 103) a mandargli i Comenti di S. Girolamo su Geremia, poichè, egli dice, ne’ nostri paesi non è possibile trovarne copia che oltrepassi il sesto libro (credevasi allora, come si è creduto da molti ancor tra’ moderni, che S. Girolamo ne avesse composti venti libri: opinione, la cui insussistenza si è messa in chiaro dal dottissimo Vallarsi (Praef. gener. ad Op.S. Hier. n. 30) che ha mostrato sei soli esserne stati da lui composti); innoltre gli chiede i libri dell’Oratore di Cicerone, e i dodici libri delle Istituzioni di Quintiliano, de’ quali trovava in Francia soltanto copie imperfette; e finalmente il Comento di Donato sulle Commedie di Terenzio. E al fine del x secolo Gerberto, che fu poi papa col nome di Silvestro II, scrivendo a un suo amico: Tu sai, gli dice (ep. 47)» con quanta premura io raccolga da ogni parte libri; tu sai quanti scrittori e nelle città e nelle ville di Italia in ogni luogo s’incontrino. Così l’Italia, benchè lacera e contraffatta, era ancor la sorgente a cui doveano attingere le straniere nazioni, per averne quegli aiuti al coltivamento degli studj, che non poteano sperare altronde. XXX. La mentovata lettera scritta da Lupo al pontefice Benedetto ci fa conoscere che la pontificia biblioteca mantennesi ancora fra tante rivoluzioni. Noi veggiamo in fatti anche ne’ monumenti di questa età il nome di bibliotecario della santa sede. E nella serie di questi bibliotecarj, di cui abbiam parlato nel precedente libro, premessa al Catalogo de’ manoscritti