Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo IV, Classici italiani, 1823, IV.djvu/215

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194 LIBRO XVIIL Io so bene che dopo tutte le apologie fatte di S. Tommaso molti ancora vi sono e vi saranno probabilmente in ogni età che ne parlano con disprezzo, e senza averne mai letta per avventura una linea, se ne fan beffe come di un misero e oscuro scolastico troppo indegno di ottener lodi da spregiudicato filosofo; o agli elogi in ogni secolo e da ogni ordine di persone a lui fatti rispondono in breve ch’essi son sentimenti d’uomini o superstiziosi, o fanatici. Io mi guarderò dal venir con essi a contesa; che il mio giudizio non sarebbe da essi accolto se non colle risa. Ma essi mi permetteranno almeno che io rammenti loro il giudizio che di S. Tommaso han dato alcuni scrittori a’ quali non credo che si possa dare la taccia d’uomini o pregiudicati, o superstiziosi, o fanatici. Tali certo non erano nè Erasmo da Rotterdam, il quale chiama S. Tommaso non solo il più dotto uomo dei suo secolo, ma tale a cui niuno de’ moderni teologi puossi agguagliare nè per diligenza nè per ingegno nè per erudizione (Cornili. in Ep. ad Rom. p. 244) nè il protestante Bruckero, il qual confessa che S. Tommaso ebbe non mediocre discernimento, eccellente ingegno, grande letteratura, e infatigabile industria, per cui potè tante e sì gran cose scrivere , morto in età di cinquarti’ anni; o che se fosse vissuto a secol migliore, e avesse avuto il corredo di quella letteratura di cui ora godiamo, sarebbe certamente creduto un de’ più grandi ingegni che mai siano stati; come si può conoscere da quelle cose medesime che in