Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo IV, Classici italiani, 1823, IV.djvu/407

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386 LIBRO E tosto mi diè in dono (quasi cento marche (f argento. Siegue poscia a narrare ciò che abbiam già raccontato (l. 1, c. 3), che i Bolognesi, avendo di ciò avuto sentore, costrinsero tutti i professori a dar giuramento che per due anni non avrebbono abbandonate le loro scuole; e aggiugne che, poichè gli ebbero stretti per tal maniera, gli aggravaron di nuovi e sì importabili pesi, che appena, dic’egli, un bifolco avrebbe potuto portarli. Or, prosiegue egli, mentre io mi stava dubbioso che mi convenisse di fare, di nuovo mi si fece innanzi Modena, e sorridendo, tu dovevi pur persuaderti, mi disse , o Pillio, che l’indugio suol esser dannoso. Ma sappi che Modena vorrebbe anzi averti, benchè fossi mutolo, che soffrir di vederti, ben nato qual sei, in una sì barbara schiavitudine venir meno. vien dunque meco, e ne avrai molto più ancora ch’io non t’avea promesso. L’invito era troppo cortese, perchè a Pillio fosse lecito il ricusarlo. Abbandonata dunque, non ostante il giuramento, Bologna, Pillio sen venne a Modena verso l’anno 1189, come altrove abbiamo provato; ed ivi, come sembra probabile al P. Sarti, si rimase sempre tenendovi scuola, benchè pur si ritrovi che l’anno 1207 egli era in Bologna, ove fu presente alla decision di una lite tra il capitolo della cattedrale di Bologna e que’ di Medicina sua patria. Ma questa verisimilmente non fu che una passeggera dimora, dopo la quale fece ritorno alla sua benefattrice Modena. Qui ancora credesi ch’ei finisse i suoi giorni, benchè nè dell’anno della sua morte, nè del luogo ov’egli