Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo IV, Classici italiani, 1823, IV.djvu/89

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


68 LIBRO abbiam detto, esigevano da’ professori, un altro ancor ne esigevano dagli scolari, con cui si stringessero a non procurar in alcun modo che lo studio di Bologna fosse trasferito altrove, nè che alcuno tra gli scolari passasse alle scuole di altre città. Sembrava ciò agli scolari, e sembrava ancora al pontefice Onorio, una a iolenza fatta a quella libertà di cui gli scolari doveano a buon diritto godere; ed essi perciò ricusavano di sottoporsi a tal giuramento; e Onorio adoperossi con sommo impegno perchè essi non vi si soggettassero; e in una lettera fra le altre scritta agli scolari romani, della Campagna e della Toscana, che trovavansi in Bologna, ingiunse loro di uscire dalla città, anzichè stringersi con tal giuramento; e finalmente, dopo lunghi contrasti, ottenne che in ciò non fossero molestati. E non è impossibile veramente che in tal occasione Ruifredo con molti de’ suoi scolari passasse ad Arezzo. Ma poichè non sappiamo se tai turbolenze cominciassero fin da’ tempi d’Innocenzo III che viveva ancora l’an 1215, non trovandone noi menzione che nelle lettere di Onorio III, e poichè inoltre Roffredo non accenna ragione alcuna del suo passaggio ad Arezzo, nè dice ch’ei seco conducesse scolari, può essere ancora che per qualunque altra ragione colà passasse Roffredo, e vi passasse senza scolari, o almeno con sì scarso numero di essi, che la’Università di Bologna non ne avesse danno. Certo è nondimeno che in Arezzo era in questo secolo un pubblico studio; e il cavalier Lorenzo Guazzesi ha dato alla luce (Opere, t. 2 p. 107)