Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VI, parte 2, Classici italiani, 1824, VIII.djvu/93

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SECOHDO ^35 intra corpus penetrabat, quasi quaerens aliquid, donec perquisitus lapis tangeretur. Erat et aliud ferrum tortum in unci modum, quod missum per vulnus fractum calculum apprehendebat. Insuper quo citius ac minori dolore evelleretur, digitum in anum immittebat, a quo ferrum premebatur. Tres aliquando ab uno aegroto vidi ego aut duos evulsos lapides ovo majores, saxo duritie aquales, qui sub aere et coelo positi statim obduruerunt lapidibus non dissimiles. Curatio tamdiu longa fuit, donec vulnus sanaretur. Qui autem curabantur, etsi senes essent, juventae vires resumsisse videbantur. Questa descrizione parmi a un di presso la stessa che quella che prima d’ogni altro è stata pubblicata da Sante Mariano da Bari, e che chiamasi il grande apparecchio. Egli ne fece la descrizione nella sua opera De lapide renum stampata in Roma nel 1535, e dice di averla appresa da Giovanni de’ Romani, che esercitava la medicina e la chirurgia in Cremona, e che era stato suo maestro. Questi dovette essere coetaneo del medico genovese, di cui parla ilSenarega; e benché si dia comunemente a Giovanni la lode di questo ritrovamento, converrebbe esaminar nondimeno se il Genovese l’avesse per avventura in ciò preceduto. Ma troppo scarse son le memorie che abbiamo per giudicarne (a). (a) Iteli, sig. Vincenzo Malacarne congettura, e parmi con qualche probabile fondamento (Delle Op. dei Med. e de1 Cerut, t. 1, p. 128, ec.), che il ch.rurgo genovese qui accennato sia quel Battista da Rapallo (luogo della Riviera di Genova) che (fin dal 1473 era al servigio de’ marchesi di Saluzso, de1 quali tu consigliere,