Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VI, parte 3, Classici italiani, 1824, IX.djvu/275

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


TERZO 1481) dispiacere; e nel parlare non sa trattenersi, dal piangere per allegrezza; talchè ben si vede (quanto teneramente, ami i buoni egli, che tanto mi ama senza alcun mio merito. Mi fa continuamente doni assai pregevoli, e alla mia professione ben adattati, e non ommette a mio riguardo alcun atto di gentilezza. E nella seconda lettera: Dopo avere scritta e sigillata la precedente, sono ito a riveder Vittorino, e a visitarne i libri greci. Egli ci è venuto incontro co figliuoli del principe, due maschi e una fanciulla di sette anni. De' primi il maggiore ha undici anni, cinque il secondo. Sonovi ancora due altri fanciulli di circa dieci anni, figliuoli di altri signori. Erano innoltre con lui altri scolari... Egli insegna la lingua greca a’ figli e alla figlia del principe: tutti sanno già scrivere in greco. Son nove in tutto, che scrivono sì bene, ch'io ne son rimasto attonito. Ho veduta la traduzione di qualche cosa del Grisostomo fatta da uno di essi; mi è piaciuta assai; tre altri più provetti fanno meravigliosi progressi. Sono stato più ore con lui; di più cose abbiamo insieme parlato, e ne ho ammirata la bontà non meno che la dottrina. Scrivendo poi del passaggio da lui fatto per Mantova nell’agosto del 1435: Andammo, dice (l. 7, ep. 3), al castello di Goito lontano dodici miglia da Mantova, ove avea udito esser allor Vittorino co'figliuoli del principe. Arrivammo, mentre pranzavano. Vittorino ci venne incontro con tal allegrezza, che non potè trattenersi dal piangere. Gli dissi perchè fossi colà venuto, cioè per vedere non meno lui che tutti i