Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VI, parte 3, Classici italiani, 1824, IX.djvu/344

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l558 LIBRO guerra tra essi insorta, e si sforzasse a porle fine? E nondimeno così fu veramente, e nel marzo dell’anno stesso scrisse ad amendue una efficacissima lettera (l. 10, ep. 52), in cui rimproverando loro gli eccessi a’ quali si lasciavan condurre, gli consiglia ad esser più saggi, confessando però, che pur troppo era egli ancora caduto nel medesimo fallo. Ma non troviamo che il desiderio del Barbaro e del Filelfo avesse effetto; nè abbiamo indicio di amicizia riconciliata fra questi implacabili due nemici. Un’altra contesa non men feroce sostenne egli in Roma contro Benedetto Marando giureconsulto bolognese; perciocchè avendo il Valla pubblicato un opuscolo, in cui sosteneva, contro il parere di Livio, che Lucio e Arunte Tarquinj eran nipoti e non figli di Tarquinio Prisco, e avendo il Morando combattuta questa opinione, il Valla insofferente dell’altrui critica contro di lui ancor si rivolse con due risposte, le quali, benchè siano men sanguinose di quelle contro Poggio e il Fazio, non sono però un troppo perfetto modello di pulitezza ed onestà letteraria. XXXVII. Fra queste contese ei non cessò di coltivare i consueti suoi studj; e per ordine di Niccolò V si rivolse.singolarmente a recar dal greco in latino la Storia di Tucidide; e racconta egli stesso, che avendola offerta al pontefice, questi di propria mano gli fece dono di 500 scudi d’oro (Op.p. 355). Da lui innoltre fu fatto canonico di S. Giovanni in Laterano e scrittore apostolico, come, oltre tutti i moderni scrittori, affermasi dal più volte citato Vigerino). Ma il Valla non corrispose, corno