Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VI, parte 3, Classici italiani, 1824, IX.djvu/348

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


i56a libro 11011 meno che per la sua donna. Noi il loderemo più volentieri per l’indefesso studio della greca e della latina letteratura, in cui sempre occupossi, e pei’ molti pegni che nelle sue opere ce ne ha lasciati. Molte ne abbiam già accennate, che ci dimostrano che non v’ebbe sorta di studio a cui egli non si rivolgesse. La storia, la critica, la dialettica e la filosofia morale furon da lui illustrate scrivendo; e riguardo a quest’ ultima, oltre i libri Del Piacere e Del vero Bene da noi già rammentati, uno ne scrisse sulla Libertà dell’arbitrio, il qual per altro poco più altro contiene che ciò che appartiene alla divina prescienza, dalla quale egli pruova non recarsi alcun danno alla libertà degli uomini. Ei mise mano ancora alla Sacra Scrittura, e scrisse sul Nuovo Testamento, non però come teologo, ma come dotto nel greco, riprendendo più passi della traduzione già fattane, e mostrando come si potesser meglio tradurre. Per lo studio da’ lui fatto di questa lingua, oltre le due traduzioni da noi mentovate, ei recò ancora in prosa latina Omero; la qual versione si ha alle stampe, e ribattè vigorosamente l’accusa datagli dal Fazio di aver fatta sua quella di Leonzio, che si conservava in Firenze (Op. p. 622). Ma l’ opera che ha renduto più celebre il Valla, e che ora, dimenticate tutte l’altre, è ancor di qualche uso, sono le sue Eleganze, in cui comprende gran parte delle regole gramaticali e delle riflessioni che usar si debbono a scrivere correttamente. Quest’ opera fu allor ricevuta con incredibile applauso, e non sì tosto s’introdusse