Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VI, parte 3, Classici italiani, 1824, IX.djvu/353

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TERZO l56; Valla (V. Agostini, Scritt, venez. t. 1,p. 554). In Venezia pure egli ebbe a suo scolaro Giannantonio Flaminio, il quale grato all'amore del suo maestro ne lasciò nelle sue Lettere un onorevole elogio (/ i, cp. 7). XL. Ma qui appunto lo attendevano le sue sventure. Vivea allora Pontico Virunio, di cui altrove abbiam detto, stato già scolaro del Valla. Quando una notte parvegli in sogno di vederlo tolto di vita, e di fargli il funebre epitaffio in quaranta versi. Riscosso dal sonno, e temendo che qualche sventura soprastasse a Giorgio, gli scrisse tosto a Venezia, avvertendolo che vivesse cauto. La lettera trovò il Valla vivo bensì, ma stretto in carcere per opera del Placidio segretario di Gianjacopo Trivulzi; ed egli leggendo la lettera del Pontico, Ahi caro Pontico, esclamò, tu non dimentichi il tuo maestro nè vivo, nè morto. Tutto ciò si narra dal medesimo Pontico ne’ due libri che in verso eroico scrisse De miseria litterarum, citati da Apostolo Zeno (/. dtp. 3i5). Questa prigionia del Valla si racconta ancora da Gian Pietro Valeriano ne suoi libri De literatorum infelicitate, ove introduce Gasparo Contarini a narrare che mentre il Valla, uomo, com’egli dice, di molto studio, di molta dottrina, e autore di molti libri, teneva scuola in Venezia, essendosi dichiarato fautor del Trivulzi, e sparlando liberamente di coloro che gli eran nimici, accese contro di sè lo sdegno del duca di Milano Lodovico Sforza, il quale adoperossi per modo, che in Venezia stessa fu il Valla fatto prigione. Così questa sventura di Giorgio dal Pontico si XL. Sua prigionia, c tua morir.