Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VI, parte 3, Classici italiani, 1824, IX.djvu/366

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158o LIBRO bergamasco, ei doveva pure sapere se il Calfunio fosse, o no, suo compatriotto (*). Già abbiamo udito in qual modo, secondo il Regio, egli ottenesse la cattedra di eloquenza nell università di Padova; ed egli aggiugne che tale era il disprezzo in cui era presso i suoi scolari il Calfurnio, che molti di essi, abbandonata quella città, se n’andavano a Bologna, a Ferrara, o ad altre scuole. Il Becichemo, nella prefazione da noi mentovata, rigetta come mere calunnie tutte le cose dal Regio scritte contro il Calfurnio, e di questo professore ei fa un lodevol carattere, dipingendolo come uomo d’innocenti e santi costumi, d’indole dolce e nimico di ogni contesa, e dotto innoltre al par di chiunque nel greco e nel latino linguaggio. Se il solo Becichemo ci parlasse così del Calfurnio, potrebbe credersi scrittor sospetto, o parziale, e le lodi di cui l’onora, forse si prenderebbono come frutto di partito o di prevenzione. Ma più altre testimonianze assai onorevoli a questo professore abbiamo in diversi scrittori. Cassandra Fedele lo dice lume dell eloquenza e tutore delle belle arti (*) Il dubbio in cui qui lio lasciato ciò che appartiene alla patria del Calfurnio, è sciolto da un rotolo ebe si conserva presso i Canonici lateranensi di S. Giovanni di Verdara in Padova, a’quali egli lasciò la sua libreria, e in cui egli si nomina: Ego Johannes t/ui dicor Calphurnius Planza de Bufìnonibus ex Bordonia agri Bergomatis. Questa notizia mi è stata comunicata dal eh. sig. Don Jacopo Morelli, a cui non potrò mai mostrarmi abbastanza riconoscente pe’ lumi che contimi amen te mi somministra.