Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VI, parte 3, Classici italiani, 1824, IX.djvu/380

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i.'5y4 Licno suoi maestri fece sì lieti progressi, che venne in fama di uno de’ più dotti uomini del suo tempo. Egli era in Firenze, quando il Filelfo vi fu chiamato alla cattedra d’eloquenza; e questi veggendo Carlo che veniva spesso alla sua scuola, e vi assisteva taciturno e pensieroso, ebbelo tosto in conto d’uomo malvagio, e che cercava di muovergli guerra e di screditarlo. Quindi ne venne l’ostinata discordia tra essi due, di cui si hanno più pruove nelle Lettere del Filelfo </. a, cp. a, n, 17, ec.), e molto più si accese questi di sdegno contro del Marsuppini, quando scelto egli ancora a sostenere la medesima cattedra, il Filelfo si vide abbandonato da molti tra’ suoi scolari che più volentieri recavansi a udire il suo rivale. La lor nimicizia allora innoltrossi per modo, che, come narra Vespasiano, il Filelfo fu rilegato a’ confini come ribelle, o certamente dovette egli medesimo partir da Firenze sulla fine del 1434. Così continuò il Marsuppini libero da un fastidioso rivale a tener la sua scuola e a conciliarsi la stima di tutti i dotti. Alcuni dicono che ei fosse ancor professor di filosofia in Pisa; ma il co. Mazzucchelli avverte che di ciò non trovarsi cenno in veruno degli scrittori di que’ tempi. Era allora in Firenze il pontef Eugenio IV con tutta la sua corte, e ivi si trattenne dal 1434 fino al 1436; il che diede occasione di nuova gloria a Carlo; perciocchè alcuni fra’ cardinali, e gli stessi nipoti del papa, oltre più altri forestieri, andavano a udirlo e ad ammirarne l’erudizione e l’eleganza; e questa fu probabilmente l’origine dell’ onore