Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VI, parte 3, Classici italiani, 1824, IX.djvu/393

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terzo iCoscrittoi- favoloso, come a tutti è noto, che ne dice le più gran maraviglie del mondo (A.iec,lot. de Florence, l. 4, p 195). Nè mi tratterrò parimente in esaminar le contese ch’egli ebbe per la cattedra di lingua greca con Demetrio Calcondila, delle quali parla assai lungamente il Menckenio (p. 65, ec.); perciocchè non ne abbiamo notizia che presso scrittori vissuti molti anni dopo, i quali ancora non son troppo concordi gli uni cogli altri, anzi essi medesimi non sempre sono coerenti a’ loro stessi racconti, come pruova il sopraccitato Menckenio. Perciò ancora non so quanta fede debbiasi al racconto del Dna reno citato dall’ab Serassi, c l'ondato sull’autorità di Giovanni Lascari, il quale narrò al Budeo di aver una volta pubblicamente scoperta la impostura del Poliziano, che spacciava qual sua un’ opera di Erodoto sopra Omero. Perciocchè non parmi che un accusatore debba ottener fede sì tosto, finchè altra pruova non reca della sua accusa che la sua medesima autorità, e la reca in tempo in cui l’accusato non può difendersi. Gli scolari ch’ egli ebbe, formano il miglior elogio del Poliziano, e ci pruovano abbastanza in quale stima egli fosse. Molti ne annovera il Menckenio, che dalle opere stesse di Angiolo e di altri contemporanei scrittori ha raccolte le notizie che ad essi appartengono (p. 75, ec.). Tra essi veggiamo Bernardo Ricci, di cui il Poliziano medesimo loda sommamente le poesie, Jacopo Modesto da Prato, dal quale egli confessa di avere avuto ne’ suoi studj non poco ajuto, Francesco Pucci che dopo essergli stato