Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VI, parte 3, Classici italiani, 1824, IX.djvu/442

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LXXL Leggi a parlare rnti «)ejjnnza da cui prrscriUe. IG5G LIBRO che per intender Cicerone e Virgilio legga i comenti del Regio, del Calderini e di altri interpreti di quel tempo, talchè le edizioni da essi fatte non son più che un semplice ornamento delle più splendide biblioteche. Ma non deesi perciò scemar punto di stima e di gratitudine verso que’ primi che aprirono un non più tentato sentiero. E io non so se maggior lode si debba a uno che prima di ogni altro si fa la via fra i dirupi di una scoscesa e dirupata montagna, e fra mille pericoli ci apre uno stretto e intralciato viottolo per cui valicarla, ovver chi seguendone forme ci allarga sempre più il cammino, e ce lo rende agevole e delizioso. Lasciam pur dunque in disparte i lor comenti e le loro edizioni, che hanno certamente non pochi falli, e in molte cose o ci lasciano al buio, o ci conducono in errore. Ma lodiamo insieme e ammiriamo l’indefesso loro coraggio e il faticosissimo studio, con cui cominciaron a render facile la lettura de’ buoni autori, e eccitaron coloro che vennero appresso, a sparger nuova luce su quell’opere stesse che da essi erano state dissotterrate, e, come all or potevasi, rischiarate. LXXI. Lo stesso vuol dirsi delle leggi da essi prescritte a scriver con eleganza. O si riguardino quali esse sono, o si consideri il metodo con cui si trovan disposte, non sono certo un troppo perfetto modello d’istruzione gramaticale. La forza delle parole non sempre è veramente qual da essi si spiega; i lor precetti non son talvolta conformi ai’ migliori esempj dell’ antichità, e non si vede nelle loro opere