Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VI, parte 3, Classici italiani, 1824, IX.djvu/548

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


tyCrs libro XXVI. Un uom sì raro non potei a essere sconosciuto per lungo tempo. Lodovico il.Moro, reggente allora e poi duca di Milano, n’el.be contezza, e splendidissimo protettor dell’arti, qual egli era, invitollo alla sua corte e l’ ottenne, e gli assegnò l annuale stipendio di 500 scudi d’oro. Molto si dilettava quel principe della musica; e Leonardo gli fè udire un nuovo strumento di sua man fabbricato, che era, come dice il Vasari, d argento in gran parte, in forma d un teschio di cavallo, acciocchè l’ armonia fosse con maggior tuba. e più sonora di voce, laonde superò tutti Musici che quivi eran concorsi a suonare. Oltre ciò. aggiugn egli, fu il miglior dicitore di rime all improvviso del suo tempo. Tanti e sì ammirabili pregi renderono Leonardo caro al duca, il quale di lui si valse, come altrove abbiam detto narrarsi da molti, nel fondar l’Accademia delle belle arti, ch’ egli formò in Milano. Molte eccellenti pitture da lui fatte in quella città, alcune delle quali esistono ancora, annoverano gli scrittori della Vita di Leonardo, e fra le altre la famosa Cena del Redentore nel convento di s Maria delle Grazie de Predicatori; nella qual occasione è celebre la risposta ch’ei diede a Lodovico, il qual esponevagli le doglianze di quel priore pel lungo tempo che in quel lavoro impiegava; cioè che due teste gli rimanevano a fare, per le quali non trovava ancora idea che gli piacesse, quella di Cristo e quella di Giuda; ma quanto a questa seconda, non trovando meglio, non gli