Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VII, parte 3, Classici italiani, 1824, XII.djvu/159

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TERZO 131 1 mas sìinamente non havendo io più il rabbioso capriccio di edificare, havendomene cavata la foja assai compitamente. È probabile che al pontefice Paolo III, zelantissimo per la riforma del clero, spiacesse alquanto la condotta del Giovio, che, secondo alcuni scrittori di que’ tempi, non era molto austera, come anche si raccoglie da alcune sue lettere che non sono troppo conformi alla decenza e alla gravità ecclesiastica e vescovile. Ma il Giovio, che per le predizioni già fattegli da Luca Gaurico e da qualche altro astrologo, era entrato in isperanza di divenir cardinale (ivi, p. 66), sdegnato al vedersi non curato da Paolo, lasciata Roma, andossene a Como nel lò'q), c indi verso il settembre del 1550 a Firenze, ove poscia due anni appresso, cioè agli 11 di dicembre del 1552 finì di vivere, e il corp » ne fu onorevolmente sepolto nella basilica di S. Lorenzo con una iscrizione che si riporta dal P. Ni cero il e da più altri scrittori. XXXVIIL Tra le molte opere del Giovio, quella che gli ha conciliata fama insieme e biasimo maggiore, è quella delle sue Storie. Quando egli cominciò a lasciarle andar manoscritte per le mani de’dotti, ebber dapprima gran plauso, (.Celio Calcagnini, scrivendone a Jacopo Zieglero, Ne historia etiam, gli dice (Op. p. 101), nostrorum temporum desideraretur, Paullus Jovius ut magis mireris, magni nominis Medicus, tam luculenter, tam docte, tam eleganter scribit nostri, temporis historiam, cujus decem jam libros edidit, ut pudeat me de homine tam diserto tam indiserte scribere; ove però la voce edidit non si