Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VII, parte 3, Classici italiani, 1824, XII.djvu/278

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1^30 L1BHO nel i54G, e non può perciò credersi ch’egli ragioni del suo secondo soggiorno in quel regno, che cominciò solo nel 1547, come ora vedremo. In questo frattempo dovette anche il Simeoni servire a diversi altri principi poichè udremo tra poco ch’ ei si vanta di essere stato impiegato in dieci corti. Tornò poscia alla sua patria Firenze, e cercò di entrare in grazia al duca Cosimo. N ebbe infatti un impiego in corte col titolo di fattore, per cui dovea copiare i rapporti spettanti all' economia (ivi, p. 18, 30)j impiego di cui egli parla più volte, e in un capitolo singolarmente, in cui se ne mostra assai poco contento (ivi, p. 87): S io fossi certo al fin, che l mio Signore, Messer Giovanni mio, mutasse stile, Nel cavarmi una volta di Fattore, Dico faltor di costi cos'i vile, Coni' il copiar questo rapporto et quello, Quasi ingegno mi manchi più sottile, Ch’ ho pure anch io studiato il Donatello, Et mangiato il mio pane in dieci Corti, Da far ciò, ch io vorrò del mio cervello, ec. Circa questo tempo medesimo ei fu ascritto all’Accademia fiorentina, e abbiamo un Discorso dell'Amicizia da lui detto in quella adunanza. Ebbe ancora in Firenze (ivi, p. 98) qualche civico impiego. Nel citato suo Elogio dice di sè stesso. In patria Magistratum bis adeptus — contai unum adolescens, mutato reip. statu, alterum ex invidia juvenis.... amisit. Di questi magistrati del Simeoni non abbiamo più precisa contezza; e non sappiamo pure in qual maniera ne fosse per altrui invidia privo, come