Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VII, parte 3, Classici italiani, 1824, XII.djvu/307

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TERZO * 459 di Jacopo Buoncompagni tra Curzio Gonzaga, Antonio Sauli e il Buoncompagni medesimo, tratta, se convenga, o no, lo scrivere in lingua latina. In questa bellissima operetta si veggon raccolte tutte quelle ragioni che alcuni moderni scrittori han recato a combattere l’uso di adoperare scrivendo la detta lingua, e di cui essi si sono vantati, come d’ingegnose loro scoperte sconosciute a nostri semplici e ignoranti maggiori, e si veggon insieme ribattute con molta forza, e mostrate deboli e insussistenti. L’ultima opera a cui il Foglietta s' accinse, fu la Storia della sua patria. Abbiam veduto poc’ anzi che nella prefazione premessa a’ suoi Elogi, stampati nel 15^4 > e* Sl protesta che a questa Storia non avea ancor posta mano. Nondimeno con tal fervore vi si applicò, che morendo nel 1581, ne lasciò dodici libri, co’ quali conduce la Storia dalla fondazione della città fino al 1527; opera scritta, come tutte le altre di questo valente scrittore, con forza, con eleganza, con critica; ma a cui par nondimeno ch’ei non desse l’ultima mano, per l’uniforrnità che in essa si scorge, singolarmente ne' passaggi da un anno all’altro. Paolo di lui fratello la pubblicò nel 1585, e vi aggiunse per supplemento i fatti del 1528, frammento di Storia datogli, dice, da un suo amico, e scritto non sapeasi da chi. Ma, come si conosce al confronto, esso è tratto dalla Storia del Bonfadio, di cui ora diremo, e che non era ancor pubblicata. Io rifletto che il Foglietta nel cominciamento di questa Storia non fa motto nè doglianza alcuna del suo esilio, come avea fallo